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Il mercato degli schiavi di Charleston

L’ex mercato degli schiavi di Charleston, è una visita imperdibile per capire a fondo il dramma dei popoli africani.

Purtroppo la storia di questa affascinante città è indissolubilmente legata alla tratta degli schiavi. E’ difficile da credere ma ci fu un periodo in cui il 40% degli schiavi entrava negli Stati Uniti proprio dal porto di Charleston.

Inizialmente le trattative si svolgevano all’aperto, poi nel 1856, quando furono vietate le aste pubbliche, si costruì un edificio apposito che conteneva, oltre alla sala delle aste, anche il magazzino e le prigioni.

L’edificio dell’Old Slave Mart Museum – 6, Chalmers Street, sorge esattamente nel luogo in cui fino al 1865 si svolgevano le aste degli schiavi.

E’ il primo museo americano dedicato alla schiavitù ed è commovente sapere che alcune persone che lo gestiscono discendono proprio da questi schiavi.

Il mercato degli schiavi di Charleston

Il mercato degli schiavi

Una grande mappa posta all’entrata indica le rotte delle navi negriere dall’Africa fino al porto di Charleston.

E’ impressionante vedere come sulle navi le persone venissero caricate come merci, distese su più livelli per ottimizzare al meglio lo spazio disponibile.

Le condizioni sulle navi erano terribili, in molti morivano durante la traversata, per inedia, maltrattamenti e suicidio.

Quelli che superavano l’inferno del viaggio, che poteva durare anche sei mesi, una volta arrivati venivano lavati, vestiti e unti con olio per essere messi all’asta.

Le persone venivano private della loro dignità, valutate, prezzate e comprate come merci.

Il mercato degli schiavi di Charleston

Nelle teche del museo possiamo ancora vedere i bandi ufficiali delle aste   che parlano di “lotti” di negri, ne descrivono l’età, le condizioni fisiche e le capacità lavorative con veri e propri listini.

Le famiglie venivano smembrate senza tenere conto dei legami di sangue. I figli, anche piccoli, erano separati dalle madri e venduti a proprietari diversi.

Il mercato degli schiavi di Charleston

Troviamo esposti anche alcuni reperti come i ceppi per le gambe, le fruste, le catene e i collari appuntiti.

Nel 1808 l’importazione degli schiavi venne ufficialmente vietata, ma i proprietari delle piantagioni che necessitavano di mano d’opera a costo zero, proseguirono il commercio dei neri che si trovavano già sul suolo americano favorendo e forzando  gli accoppiamenti tra i soggetti più forti e sani. 

Particolarmente toccanti sono alcune lettere scritte dagli schiavi ai loro padroni.

Quella che mi ha fatto  veramente commuovere era di un uomo che supplicava il padrone di comprarlo per potersi unire a sua moglie. Garantiva di essere buono, di lavorare sodo e di non creare problemi.

Un video con l’intervista all’ex schiavo Elija Green ci permette di ascoltare la  viva voce di chi ha vissuto quella terribile esperienza.

I miei sentimenti

Esco duramente provata dalla visita del mercato degli schiavi di Charleston . Mi chiedo come sia stato possibile anche solo pensare che il colore della pelle potesse essere interpretato come segno di inferiorità, di mancanza di cuore e cervello.

La crudeltà perpetrata per secoli da uomini verso altri uomini con punte di efferatezza e cattiveria fini a se stesse, va a di là della  mia capacità di sopportazione. La schiavitù è una pagina terribile della storia americana che ha generato pesanti conseguenze visibili ancora oggi. Ho avuto modo di notare durante il viaggio negli Stati del Sud che l’argomento crea ancori molti imbarazzi.

L’Old Slave Market è ancora saturo dell’infinito dolore che si è vissuto tra le sue pareti. Mi vergogno profondamente per quello che noi, i bianchi, siamo stati capaci di fare. Addirittura, spesso, in nome di Dio. 

Il mercato degli schiavi di Charleston

24 Replies to “Il mercato degli schiavi di Charleston”

  • Ti confesso che sono stata subito catturata dalla prima immagine di questo post così poetica e ‘leggera’ con questi campi di cotone mentre leggendo l’articolo sono via via entrata nella tua esperienza e in quella che descrivi e rivissuto alcuni posti che ho visitato che raccontavano della stessa drammatica storia. Sono esperienze che toccano profondamente.

    • Entrare in quel museo, leggere le lettere e ascoltare le voci e i rumori è stata veramente un’esperienza toccante.

  • C’è sempre un era squallida nella storia di un paese. La schiavitù, la prigionia, la violenza fisica e verbale mi turbano infinitamente, anche leggendone nei libri. Se posso evito storie fatte di questo. Non so se riuscirei a visitare un posto del genere, ne tantomeno riuscirei ad andare, come fanno in molti, a visitare un campo di concentramento. Sono troppo sensibile. Ne uscirei distrutta. Ma è anche vero che solo portando alla mente questi scempi fatti dall’uomo Si può evitare che riaccadano, forse.

    • Non ti nego che l’esperienza è stata dura così come lo è stata la visita ad Atlanta al museo dei Diritti Civili e ad altri luoghi legati alla segregazione razziale, evidente conseguenza della schiavitù. Mi è però servito molto provare questo dolore sulla mia pelle per capire fino in fondo il dramma di tante persone

  • Ho visto due mercati degli schiavi in vita mia, in Senegal e in Brasile. Li ho trovati dei luoghi davvero forti, di cui si parla ancora troppo poco.

    • anche perchè ai nostri giorni ci sono comunque forme di schiavitù ed è bene conoscere per non ripetere gli errori

  • Ti ringrazio per averne parlato, non è un argomento sul quale si legge tanto.
    Mi sono venuti i brividi leggendo e pensando anche alla mia famiglia africana.

    • Nel viaggio negli Stati del Sud ho proprio voluto approfondire degli argomenti non facili come la schiavitù e la segregazione razziale.

  • non conoscevo questo museo. quante cose dobbiamo ancora imparare dai nostri errori e quanti ne stiamo facendo ancora. di sicuro una visita che ti fa pensare. grazie per averlo condiviso.

  • Una visita che lascia con il magone, ma sono del parere che sia giusto e doveroso visitare luoghi del genere. Servono per ricordare all’umanità i propri errori, a sensibilizzare, a riflettere.

    • in effetti sono uscita davvero molto provata da quella visita, mi ricordo ancora il senso di vuoto allo stomaco..

  • Posso immaginare il tuo stato d’animo davanti a tante brutture. Pochi mesi fa sono stata a New Orleans ed ho visitato alcune piantagioni. Ho visto dove vivevano gli schiavi, come venivano trattati, curati, puniti e uccisi. E’ stata una visita molto triste e dura, per nulla simile ai ricordi che avevo di “Via col vento”: tutti dovremmo trascorrere un giorno della vita in un posto simile per renderci conto che ripetiamo continuamente gli stessi orrori.

    • Concordo con la tua opinione e ho anche notato che nelle visite alle piantagioni, la questione degli schiavi viene un pò edulcorata, si tende a non parlarne o a farlo marginalmente quasi ci si vergognasse di un passato così doloroso e di volesse sottolineare l’aspetto della piacevolezza della vita (dei bianchi), alla Via col vento, appunto.

  • Immagino che visitare questo luogo sia stata davvero un’esperienza forte. Ci andrei anch’io, se mai un giorno andrà in questa parte degli USA, credo sia fondamentale conoscere la storia dei posti in cui andiamo, anche se drammatica.

    • Questo e molti altri luoghi legati alle discriminazioni razziali, sono stati davvero emotivamente impegnativi ma doverosi

  • Un luogo così non può lasciarti indifferente. Penso sia come visitare un campo di concentramento. Io non riesco a capacitarmi come sia stato possibile tutto ciò e come possa esistere ancor oggi il razzismo

    • Si, fa lo stesso effetto di un campo di concentramento, io proprio non posso concepire la violenza, la supremazia di un popolo su un’altro, di un uomo su un’altro. Entrambi i luoghi mi hanno fatto stare male ma ho voluto fortemente visitarli proprio perchè la storia sembra non averci insegnato nulla

  • Leggendo il tuo articolo ho ritrovato le stesse sensazioni di qualche mese fa uscita dalla Fabbrica Schindler. È davvero sconvolgente ripercorrere la storia del passato

    • Hai detto la parola giusta, “sconvolgente” soprattutto perché ci si rendo conto che riusciamo sempre a fare gli stessi tremendi errori

  • Hai ragione è incredibile pensare a quali nefandezze l’uomo possa arrivare. E come sia bravo a darsi giustificazioni, che siano esse economiche o religiose. Bellissimo articolo, grazie per aver condiviso la tua esperienza.

    • Non ti nego che quando sono uscita dal museo non sono stata in grado di parlare per un pò e anche la bellezza di Charleston era come offuscata da una nuvola di malinconia. Il passato è passato, è vero, la cosa importante è cercare di non ripetere gli stessi errori ma non mi pare che ci stiamo riuscendo tanto bene

  • Anch’io sarei uscita molto provata dalla visita. Penso anche agli schiavi di oggi, gli sfruttati, i maltrattati e i ricattati, che lo sono senza pezzi di carta eppure di sicuro non vivono meglio. 🙁

    • Anche io ho pensato allo schiavismo di oggi, niente da fare l’uomo non riesce a dominare la sua voglia di prevaricare

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